Apple e il mestiere di esserci

Apple era una Labrador color miele con una grande responsabilità:

assicurarsi che nessuno restasse escluso.

Dal divano, per esempio.

Apple arrivava sempre per prima. E se qualcuno provava a sedersi dopo, lei allargava le zampe con grande educazione, occupando tutto lo spazio disponibile. Dormiva spesso a pancia in su, russando felice, come se stesse raccontando barzellette nel sonno. Ridendo da sola.

Di giorno, Apple aveva molte occupazioni.

Scavava buche nel terreno per vedere cosa c’era sotto. A volte estirpava piante, ma solo quelle che secondo lei non stavano bene lì. Da cucciola aveva nascosto in giardino una pallina da tennis, degli attrezzi da lavoro e alcuni indumenti. Nessuno li aveva mai più ritrovati, ma Apple sapeva benissimo dove fossero. Li teneva da parte, per ogni evenienza importante.

Mangiare era una cosa serissima.

Apple mangerebbe sempre. Tutto. Se qualcosa cadeva a terra, spariva in un attimo, come risucchiata da un aspiratore ciclonico invisibile. E quando le veniva concesso di leccare il fondo del vasetto dello yogurt, usciva con il muso e i baffi imbiancati, fiera come se avesse appena completato una missione segreta.

Apple era gelosa, sì.

Soprattutto dei suoi giochi. Così gelosa che a volte ci dormiva sopra, per evitare furti notturni immaginari. Era anche molto protettiva della sua umana, che seguiva ovunque. Insieme lavoravano, giocavano, nuotavano, camminavano. Apple partecipava a tutto. Non voleva perdersi niente.

Era una vanitosa, inutile negarlo.

Le piaceva specchiarsi, camminava sculettando e sapeva benissimo di essere simpatica. Quando faceva qualcosa di giusto batteva il cinque, orgogliosa. E se la sua umana si allenava, Apple la imitava, con movimenti buffi e concentratissimi, come se stesse dicendo: “Anch’io sto facendo del mio meglio.”

In passeggiata decideva sempre lei il giro.

Era abitudinaria e testarda. E davanti a un bar speciale, dove una signora regalava biscottini, Apple si fermava di colpo, piantando le zampine. Non era un capriccio. Era una tradizione, e le tradizioni vanno rispettate.

Ma il vero talento di Apple non si vedeva subito.

Apple aveva il mestiere di esserci.

Quando la sua umana era felice, Apple lo sapeva.

Quando era stanca, Apple si avvicinava piano.

Quando c’era silenzio, Apple lo custodiva, restando ferma.

Non faceva grandi cose.

Faceva le cose giuste.

E ancora oggi, quando Apple si sdraia a pancia in su, russa felice e allarga le zampe sul divano, sembra dire al mondo intero:

“Tranquilli. Ci sono io. E va tutto bene.”

 

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