C’era una volta un cane di nome Tobia che aveva una missione molto importante: tenere in ordine le ombre.
Non quelle dei mobili.
Quelle delle persone.
Se un’ombra era troppo lunga, Tobia la seguiva finché non si accorciava.
Se era storta contro un muro, la fissava con aria severa.
“Un po’ di disciplina,” borbottava.
Le ombre, però, facevano quello che volevano. Si allungavano, si accorciavano, sparivano senza avvisare.
Un pomeriggio il sole si nascose dietro una nuvola.
E le ombre scomparvero.
La piazza diventò perfetta. Liscia. Senza una sbavatura.
Tobia si guardò intorno soddisfatto.
Poi fece un passo.
E si accorse che mancava qualcosa.
Non c’era nemmeno la sua.
Provò a saltare.
Niente.
Provò a correre.
Ancora niente.
Si sentì improvvisamente leggerissimo. Troppo.
Quando il sole tornò fuori, la sua ombra ricomparve davanti a lui. Un po’ lunga. Un po’ storta. Con le orecchie esagerate.
Tobia la osservò.
Non era in ordine.
Ma era sua.
Fece un passo. L’ombra lo seguì.
Si fermò. Lei si fermò.
Allora Tobia si sedette e decise di lasciarla così com’era.
Da quel giorno continuò a controllare le ombre degli altri.
Ma quando ne vedeva una un po’ storta, non la sistemava più.
Perché aveva capito una cosa:
Se c’è un’ombra, vuol dire che c’è anche il sole.
E il sole, di solito, sa fare da solo.