Kira aveva un talento raro: sentiva le cose prima che succedessero.
Non il temporale, non il telefono che squilla. Le cose importanti. Quelle piccole, che fanno rumore solo dentro.
Quella mattina, appena sveglia, capì che la casa era troppo silenziosa.
Non il silenzio buono dei riposini al sole.
Era un silenzio rigido, tutto in fila, come se avesse paura di muoversi.
Fece il suo giro di controllo.
La cucina era al suo posto.
Il divano pure.
La cuccia… perfetta, come sempre.
Eppure qualcosa non tornava.
Tic.
Un rumore minuscolo, quasi educato.
Tic.
Kira seguì quel suono fino alla stanza dell’umano. Lui era lì, seduto, fermo, con gli occhi sullo schermo e i pensieri lontani.
Tic.
Kira capì subito.
Quello non era un rumore vero.
Era una preoccupazione.
Le preoccupazioni degli umani fanno sempre tic, anche quando fingono di essere occupati.
Kira provò prima con la presenza.
Si sdraiò vicino.
Nulla.
Allora provò con il contatto.
Una zampa appoggiata sul piede.
Ancora tic.
A quel punto fece l’unica cosa davvero sensata.
Salì nella sua cuccia, si girò una volta sola – perché le cose importanti non vanno rimescolate troppo – e si acciambellò guardando l’umano negli occhi.
Non lo fissava.
Lo teneva.
Il tic rallentò.
Poi si fermò.
L’umano alzò lo sguardo. Vide Kira. Vide la cuccia.
E capì che non c’era nulla da sistemare, solo da stare.
Si sedette per terra, accanto a lei.
Nessun telefono.
Nessuna parola.
Solo presenza.
La casa cambiò rumore.
Diventò morbida.
Kira chiuse un occhio. Poi l’altro.
Prima di dormire pensò:
“Gli umani hanno pensieri rumorosi.
Per fortuna hanno le cucce.
E noi.”