Chi vive con un cane prima o poi se lo chiede. Magari dopo aver pronunciato la parola “passeggiata” nel mezzo di una conversazione apparentemente innocua e aver visto comparire, nel giro di mezzo secondo, due orecchie attente e uno sguardo inequivocabile. Oppure quando basta dire “andiamo?” perché il nostro cane corra verso la porta, mentre un lungo discorso sul perché oggi sarebbe meglio restare a casa sembra non produrre lo stesso entusiasmo. Ma quanto capiscono realmente i cani di quello che diciamo? La risposta che arriva dalla ricerca scientifica è più interessante di un semplice “riconoscono alcune parole”. I cani sembrano infatti prestare attenzione non soltanto ai suoni che utilizziamo, ma anche al tono della voce, al contesto e, in alcuni casi, al significato di parole specifiche.
Non ascoltano soltanto il tono della nostra voce
Per molto tempo si è pensato che il cane reagisse soprattutto alla prosodia, cioè al ritmo, all’intonazione e alla componente emotiva della voce. In parte è certamente così. Un “bravo” pronunciato con entusiasmo comunica qualcosa di molto diverso dallo stesso termine detto con voce piatta o irritata. Ma gli studi degli ultimi anni suggeriscono che il processo sia più complesso. Attraverso tecniche di neuroimaging, alcuni ricercatori hanno osservato come il cervello dei cani elabori separatamente differenti componenti della comunicazione umana, mostrando una sensibilità sia verso le parole sia verso l’intonazione con cui vengono pronunciate.
È un dato importante perché significa che, quando parliamo al nostro cane, non siamo necessariamente davanti a un animale che interpreta soltanto la nostra emozione. Almeno per alcune parole familiari, sembra esistere una vera capacità di distinguere ciò che viene detto da come viene detto. Naturalmente questo non significa che il cane comprenda il linguaggio nello stesso modo in cui lo comprendiamo noi, ma rende il confine molto più interessante di quanto si pensasse in passato.
Quante parole può imparare un cane?
Qui le differenze individuali diventano enormi. La maggior parte dei cani impara facilmente un insieme di termini collegati alla vita quotidiana: il proprio nome, “seduto”, “vieni”, “fuori”, “pappa”, “cuccia”, i nomi di alcune persone e naturalmente quelle misteriose parole che non ricordiamo di aver mai insegnato ma che loro sembrano conoscere perfettamente.
Esistono però casi eccezionali. Alcuni cani particolarmente dotati e sottoposti a specifici percorsi di apprendimento hanno dimostrato di poter associare centinaia di parole a oggetti differenti. Uno degli esempi più conosciuti nella ricerca sul linguaggio animale è Chaser, una Border Collie capace di riconoscere i nomi di oltre mille oggetti. Non significa che ogni cane possa raggiungere gli stessi risultati, né che Chaser possedesse un vocabolario paragonabile a quello umano. Dimostra però quanto possa essere sofisticata la capacità del cane di creare associazioni stabili tra una parola e ciò che quella parola rappresenta.
Il contesto conta quasi quanto le parole
C’è però un piccolo problema quando cerchiamo di capire quanto il nostro cane comprenda realmente: noi umani comunichiamo continuamente anche senza accorgercene. Se diciamo “andiamo fuori?” mentre ci alziamo dal divano, prendiamo le chiavi e guardiamo verso la porta, abbiamo fornito al cane una quantità enorme di informazioni oltre alle parole.
I cani sono osservatori straordinariamente attenti dei nostri comportamenti. Seguono la direzione dello sguardo, interpretano alcuni gesti, riconoscono routine e imparano rapidamente quali azioni anticipano determinati eventi. Il rumore delle chiavi può significare uscita, un certo paio di scarpe può annunciare una passeggiata e perfino il momento della giornata può diventare parte del messaggio.
Per questo distinguere scientificamente la comprensione di una parola dall’interpretazione del contesto richiede esperimenti molto controllati. Ed è proprio quando vengono eliminati molti di questi indizi che le capacità canine diventano particolarmente interessanti: alcuni cani continuano infatti a riconoscere parole familiari anche quando non sono accompagnate dai consueti gesti umani.
Perché conoscono parole che non abbiamo mai insegnato?
Probabilmente perché imparano molto più spesso di quanto immaginiamo. Non serve una sessione di addestramento perché si formi un’associazione. Se ogni sera diciamo “pappa” pochi secondi prima di riempire la ciotola, stiamo creando un collegamento estremamente coerente tra un suono e un evento. Dopo decine o centinaia di ripetizioni, quel suono acquista un significato.
Lo stesso può accadere con nomi di persone, luoghi, giocattoli e azioni. Un cane che sente continuamente “dov’è la pallina?” prima di iniziare un gioco potrebbe progressivamente associare quel particolare suono all’oggetto, anche se nessuno ha mai deciso formalmente di insegnarglielo.
E naturalmente imparano anche le parole che preferiremmo non conoscessero. Per questo molte famiglie finiscono per inventare sinonimi, utilizzare iniziali o parlare in codice quando devono discutere di passeggiate, biscotti o veterinario. Una strategia che spesso funziona magnificamente. Per circa tre giorni.
Capiscono anche quando parliamo direttamente con loro
C’è un’altra caratteristica interessante della comunicazione tra persone e cani. Quando ci rivolgiamo a loro tendiamo spontaneamente a modificare la voce: utilizziamo un tono più alto, frasi brevi, maggiore variazione dell’intonazione e parole ripetute. È qualcosa di simile, pur con importanti differenze, al modo in cui gli adulti modificano il linguaggio quando parlano ai bambini piccoli.
Diversi studi suggeriscono che questo particolare modo di parlare possa attirare maggiormente l’attenzione dei cani, soprattutto quando contiene parole che conoscono. Non è quindi soltanto quello che diciamo a interessarli: anche il modo in cui segnaliamo “sto parlando proprio con te” può contribuire alla comunicazione.
Chiunque abbia provato a discutere seriamente con il proprio cane per cinque minuti probabilmente aveva già intuito qualcosa del genere.
Ma allora capiscono le nostre frasi?
Qui è importante non trasformare risultati affascinanti in conclusioni troppo semplici. Riconoscere parole, associare suoni a oggetti e utilizzare contemporaneamente tono, gesti e contesto non equivale a comprendere una conversazione umana.
Se diciamo al cane “oggi non possiamo andare al parco perché tra mezz’ora devo lavorare”, non abbiamo prove che stia seguendo la struttura e il significato della frase come farebbe una persona. Potrebbe però riconoscere “parco”, percepire la nostra intonazione, leggere la postura e utilizzare ciò che sta accadendo intorno a noi per costruire una rappresentazione sorprendentemente efficace della situazione.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante: il cane non deve comprendere il linguaggio come noi per comprenderci molto bene.
Una comunicazione costruita vivendo insieme
Cani ed esseri umani condividono una storia lunghissima. Migliaia di anni trascorsi gli uni accanto agli altri hanno favorito una sensibilità particolare verso i nostri segnali sociali. Ma a questa storia evolutiva si aggiunge qualcosa di molto più personale: ogni cane impara il linguaggio della propria famiglia.
Impara le parole che utilizziamo più spesso, il tono con cui le pronunciamo, i nostri gesti, gli orari, le abitudini e perfino quelle minuscole sequenze di comportamenti che noi non notiamo più. Con il tempo si costruisce una sorta di vocabolario condiviso fatto di parole, sguardi, movimenti e rituali.
Forse è anche per questo che a volte abbiamo l’impressione che il nostro cane ci capisca prima ancora che abbiamo terminato una frase.
La scienza non ci dice che i cani comprendono tutto ciò che raccontiamo loro. Ci dice però qualcosa di forse ancora più bello: mentre noi abbiamo trascorso migliaia di anni insegnando loro alcune delle nostre parole, loro hanno trascorso altrettanto tempo diventando bravissimi a leggere noi.
E quindi sì, possiamo continuare a parlare con il nostro cane.
Probabilmente sta ascoltando molto più attentamente di quanto pensiamo.