Il cane che abbaiava alla luna
Ogni sera, appena la luna compariva sopra i tetti, il cane Arturo usciva in giardino e abbaiava.
Auuuu!
Sempre una volta sola.
Poi tornava dentro come se niente fosse.
Nel quartiere ormai lo sapevano tutti.
“Ecco Arturo.”
“Sta parlando con la luna.”
“Quel cane è un po’ matto.”
Perfino i gatti lo prendevano in giro.
“E lei ti risponde?” ridevano dai muretti.
Arturo non si offendeva mai.
Scodinzolava piano e guardava il cielo.
“No. Però ascolta.”
Una notte però la luna non comparve.
Il cielo era vuoto.
Niente luce sopra i comignoli.
Niente ombra argentata sulle strade.
Perfino il laghetto del parco sembrava spento.
Arturo uscì lo stesso.
Aspettò.
Aspettò ancora.
Ma niente.
Allora si sedette davanti al cancello con le orecchie basse.
Passò un riccio.
Passò un gatto.
Passò persino il vento.
“Non abbai stasera?” chiese qualcuno.
Arturo guardò il cielo nero.
“Credo che la luna si sia persa.”
La cosa fece ridere tutti.
Ma lui era serio davvero.
Così uscì dal giardino e cominciò a cercarla.
Annusò i cespugli.
Guardò dentro le pozzanghere.
Salì perfino sulla collinetta dietro al paese.
E lì, tra i rami di un vecchio albero, trovò una cosa piccola e luminosa.
Era un pezzetto di luna.
Tondo.
Pallido.
Tremante come una lucciola infreddolita.
Arturo si avvicinò piano.
“Ah,” sospirò il pezzetto di luna. “Ecco dov’eri.”
“Mi cercavi?”
“Certo. Quando abbai tu, da lassù capisco che va tutto bene.”
Arturo inclinò la testa.
“Davvero?”
“Certo. I bambini dormono. I cani sognano. Le mamme spengono le luci. E il mondo continua a girare.”
Il cane allora si sdraiò accanto al piccolo pezzo di luna per farlo scaldare un po’.
E quella notte, sopra il paese, la luna tornò lentamente al suo posto.
Da allora Arturo continuò ad abbaiare ogni sera.
Una volta sola.
Auuuu!
Non per svegliare il mondo.
Ma per dirgli:
“Ci sono ancora.”
