Skye, la signorina della banda della Valbasca, quel pomeriggio camminava nel bosco con il naso basso e le orecchie alte, come fanno i cani quando sentono che c’è qualcosa di interessante nell’aria ma non hanno ancora capito cosa. In realtà, nel suo caso, il naso lavorava sempre: colpa — o merito — di quel piccolo pezzo di setter bretone che si portava dentro e che non staccava mai il turno. Il sentiero era lo stesso di sempre, gli alberi anche, eppure c’era un suono nuovo che si infilava tra i rami come un pensiero insistente.
Tac tac tac tac.
Skye si fermò di colpo. Il naso continuava a cercare, ma non trovava nulla: nessun odore particolare, nessuna traccia, solo quel suono regolare che non lasciava indizi. La cosa non le piaceva molto, perché di solito il mondo funzionava al contrario: prima si annusa e poi si capisce. Alzò lo sguardo e finalmente lo vide. Su un tronco, fermo come se fosse parte dell’albero, c’era un uccello con la testa rossa e il becco appuntito, concentrato nel suo lavoro con una precisione quasi musicale.
Tac tac tac.
Skye fece un passo avanti, poi si sedette, perché quando il naso non bastava bisognava usare gli occhi. “Scusa,” disse senza parlare, come fanno i cani quando parlano con gli occhi, “ma cosa stai facendo?” Il picchio smise per un istante, si girò e la osservò con attenzione, come se stesse decidendo se rispondere oppure no. “Lavoro,” disse infine. Skye inclinò leggermente la testa. “Così, senza odore?” Il picchio non si scompose. “Certo. Cerco insetti sotto la corteccia. E mentre lo faccio, ascolto.” “Ascolti…” ripeté Skye, come se fosse una parola nuova. “L’albero. Ogni albero ha un suono diverso. Questo, per esempio, è perfetto.”
E riprese.
Tac tac tac tac.
Skye rimase immobile. Il naso, per una volta, si arrese. Ma le orecchie… no. Quelle avevano iniziato a lavorare davvero. Non era un suono qualsiasi, non era come il vento o i passi sul sentiero: era ordinato, aveva un ritmo, e quel ritmo sembrava dire qualcosa anche se lei non sapeva ancora cosa. Senza pensarci troppo, batté la coda a terra.
Tum.
Il picchio si fermò. “Cos’era?” “La mia coda,” rispose Skye con una certa fierezza. “Non trova gli insetti, ma tiene il tempo.” Il picchio inclinò leggermente la testa, poi riprese a colpire il tronco, questa volta un po’ più lentamente.
Tac tac.
Skye rispose.
Tum.
Tac tac tac.
Tum tum.
Per un attimo il bosco cambiò. Non era più solo un posto da annusare, ma qualcosa da ascoltare, come se tra gli alberi si fosse aperta una stanza invisibile piena di suoni che si cercavano e si rispondevano. Il picchio si fermò e guardò Skye con un’aria nuova. “Non sei male,” disse. “Neanche tu,” pensò Skye, cercando di non sembrare troppo soddisfatta. “Se torni domani, possiamo provare qualcosa di più difficile.”
Skye si alzò, fece un piccolo giro su se stessa — perché certe abitudini non si discutono — e poi si rimise accanto alla sua mamma umana. Il naso era già tornato al lavoro, ma qualcosa era cambiato: non ascoltava più solo gli odori, adesso ascoltava anche i suoni. “Ci sarò,” disse con lo sguardo, mentre alle sue spalle il ritmo riprendeva, regolare e sicuro.
Tac tac tac tac.
E per la prima volta, Skye capì che non tutto quello che conta si annusa.