Il cane che custodiva il silenzio

C’era una volta un cane di nome Tobia che viveva in una casa piena di rumori.

Non rumori brutti, attenzione.

Rumori normali.

La televisione che parlava da sola.
Il telefono che trillava anche quando nessuno aveva voglia di rispondere.
Le sedie che strisciavano.
Le pentole che si rincorrevano in cucina.
Tobia li ascoltava tutti. Aveva orecchie grandi, attente, precise.

Ma quello che cercava davvero non era il rumore.

Era il silenzio.

Ogni sera, quando la casa si calmava e le luci si abbassavano piano, Tobia usciva in giardino e si sedeva sotto il vecchio albero di fico. Chiudeva gli occhi e aspettava.

All’inizio sentiva ancora qualcosa: un’auto lontana, un cancello che tossiva, un cucchiaino che cadeva da qualche parte nel mondo.

Poi, lentamente, arrivava lui.

Il silenzio.

Non era vuoto, come pensano gli umani.

Era pieno.

Pieno di vento che passa piano tra le foglie e che, se ascolti bene, non soffia soltanto… suona.

Pieno di respiri che si fanno lenti come note lunghe tenute nel petto.

Pieno di pensieri che finalmente si siedono e si mettono in fila come su uno spartito invisibile.

Tobia lo sapeva:

nel silenzio vive una musica piccolissima.

Una musica che il vento porta tra i rami, che vibra nell’erba, che entra nel cuore e lì, piano piano, compone.

Lui non aveva carta né matita, ma scriveva lo stesso.

Scriveva dentro.

Ogni soffio diventava una nota.
Ogni pausa diventava spazio.
Ogni battito del suo petto faceva da tempo.

Per questo aveva deciso una cosa importante: qualcuno doveva custodirlo, quel silenzio. Perché gli umani lo dimenticavano sempre in giro.

Una sera trovò un barattolo di vetro vicino alla siepe. Lo lavò con la lingua (non era il metodo migliore, ma funzionò) e quando il silenzio arrivò, lo raccolse.

Non si vedeva, ma Tobia lo sentì entrare nel barattolo come una luce morbida.

Fece “plin”.
Un suono piccolissimo.

Da quel giorno, ogni sera, Tobia riempiva il barattolo.

E quando la casa diventava troppo rumorosa — discussioni, corse, fretta, porte che sbattevano — lui andava in salotto, spingeva il barattolo con il muso e lo faceva cadere.

“Plin.”

Il silenzio si spargeva per la stanza come una coperta leggera.

Gli umani si fermavano.

Respiravano.

Si guardavano.

Qualcuno faceva una carezza a Tobia senza nemmeno sapere perché.
Una notte, la bambina di casa lo seguì in giardino e lo vide seduto sotto il fico.

“Cosa fai?” chiese.

Tobia non parlò. Chiuse gli occhi.

La bambina restò in silenzio accanto a lui. All’inizio non sentì nulla.

Poi, piano, il vento passò tra le foglie.
E in quel fruscio leggero, qualcosa suonò.

Non forte.
Non chiaro.
Ma vivo.

La bambina fece un piccolo “ah”. Non era un “ah” qualsiasi.

Era un “ah” che aveva capito.

Da quella sera, il barattolo non servì più.

Il silenzio aveva trovato un’altra custode. 
E Tobia, finalmente, poté dormire un po’ prima.

Con la musica nel cuore.



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