La mattina in montagna dovrebbe cominciare con una passeggiata. Almeno secondo Skye. Il computer, qualche mail e un paio di cose da sistemare prima di uscire suggerivano un programma leggermente diverso. È stato subito evidente che avevamo opinioni diverse.
All’inizio Skye ha adottato la strategia della presenza silenziosa. Si è avvicinata al tavolo e ha controllato cosa stessi facendo. Difficile credere che fosse particolarmente interessata al contenuto dello schermo. Più probabilmente cercava di capire quale misteriosa attività potesse essere tanto importante da giustificare il fatto che fossimo ancora lì, quando fuori c’erano un bosco, una sorgente e un’intera montagna da controllare.
Il lavoro è continuato. Anche l’attesa di Skye. Per un po’. Poi la diplomazia è finita. Si è piazzata davanti al tavolo sulle quattro zampe e ha cominciato a parlare. Chi vive con un cane sa perfettamente cosa significa. Non servono parole e, soprattutto, non serve conoscere la lingua. Il messaggio era piuttosto chiaro: Bu! Hai finito? Qualche minuto ancora davanti allo schermo e secondo intervento, questa volta decisamente meno diplomatico: Bu! Adesso hai finito?
A quel punto anche il più importante degli impegni avrebbe avuto difficoltà a sostenere la propria priorità. Computer chiuso. Si parte.
Ed è qui che bisogna chiarire un equivoco. Skye non fa trekking. Skye fa sniffing. Nel trekking normalmente esistono una partenza, un percorso e una destinazione. Nello sniffing esiste soltanto quello che sta succedendo esattamente sotto il naso in quel momento. Per noi un sentiero nel bosco è un sentiero nel bosco: alberi, erba, qualche sasso, il rumore dell’acqua e una bella mattina da trascorrere fuori. Per Skye, evidentemente, è molto più complicato.
Ogni metro contiene informazioni e il suo naso funziona come un lettore di QR Code. Basta avvicinarlo al punto giusto e si apre una pagina che noi non possiamo vedere. Qualcuno è passato di qui. Qualcun altro si è fermato. Un animale ha attraversato il sentiero durante la notte. Forse un cane ha lasciato un messaggio che soltanto un altro cane può leggere. E poi ci sono quei punti che ai nostri occhi sembrano non avere assolutamente nulla di particolare e che invece richiedono un’indagine approfondita.
Quella mattina ne è arrivata la dimostrazione definitiva. Skye aveva annusato attentamente un punto del sentiero e poi aveva ripreso il cammino. Dieci metri, forse qualcosa di più. La questione sembrava chiusa.
Non lo era.
Si è fermata, si è girata e di colpo è tornata indietro di corsa. Non vagamente nella stessa zona: esattamente in quel punto. Naso di nuovo nell’erba e lettore di QR Code immediatamente riattivato. Evidentemente, nella fretta, aveva saltato un capitolo.
Aspettavo qualche metro più avanti mentre lei completava l’indagine. Non saprò mai cosa ci fosse scritto. Il naso umano, da questo punto di vista, è uno strumento piuttosto deludente.
Terminato l’approfondimento, siamo potuti ripartire. Con calma, naturalmente. Una passeggiata con Skye non si misura bene in chilometri. Sarebbe più corretto misurarla in tempo, perché la distanza racconta poco. Non tiene conto delle soste, delle deviazioni, dei ripensamenti e soprattutto delle numerose pratiche olfattive che devono essere evase lungo il percorso. Per noi andare avanti significa procedere nella stessa direzione. Per Skye si può tranquillamente andare avanti tornando dieci metri indietro, purché ci sia una buona ragione per farlo.
Poi siamo arrivati alla sorgente e l’attività investigativa è stata temporaneamente sospesa. Skye è entrata nell’acqua e si è fermata lì, con le quattro zampe nella corrente fresca e l’aria di chi considera perfettamente normale trovare una piccola spa nel mezzo del bosco. Nessuna prenotazione, nessun accappatoio, nessun trattamento esclusivo. Solo acqua che scorre tra le pietre e un Cane Corso con una piccola parte di Setter Bretone, quella del naso sempre a terra, perfettamente soddisfatto del servizio. Qualche minuto di pediluvio montano e si può ripartire.
Il sentiero esce dal bosco e comincia a scendere verso il paese. Davanti ci sono i prati, le montagne e, più sotto, le case raccolte nella valle. Skye procede qualche metro avanti, naturalmente con il naso vicino a terra. Vista da dietro, in mezzo a tutto quel verde, potrebbe quasi sembrare Heidi che scende felice verso il paese. Se Heidi fosse stata nera, avesse quattro zampe e si fosse fermata ogni trenta secondi ad annusare qualcosa.
Del computer, a quel punto, mi ero quasi dimenticato. La passeggiata era iniziata con la sensazione di aver interrotto il lavoro per accompagnare Skye. Le cose da terminare erano ancora lì, naturalmente, ma sembravano improvvisamente meno urgenti. Skye, invece, non aveva mai avuto quel problema. Non doveva arrivare da nessuna parte. Doveva controllare un cespuglio, entrare nell’acqua della sorgente, capire chi fosse passato durante la notte, tornare indietro di corsa perché qualcosa meritava una seconda lettura. E poi ripartire.
Forse è questo che i cani riescono a fare senza nemmeno rendersene conto. Ci costringono a interrompere quello che stavamo facendo, ci portano fuori e, mentre siamo convinti di accompagnare loro, cambiano lentamente il ritmo della nostra giornata.
Noi continuiamo a guardare dove dobbiamo arrivare.
Loro si accorgono di tutto quello che c’è nel mezzo.