Ogni sera, quando la casa spegneva le luci e i rumori diventavano piccoli come briciole, la cuccia di Milo si svegliava davvero.
Di giorno era solo una cuccia: morbida, al caldo, sempre nello stesso angolo vicino al divano.
Ma di notte… di notte sapeva ascoltare.
Milo entrava piano, facendo attenzione a non far scricchiolare il pavimento. Si acciambellava con un sospiro lungo, quello che viene dopo una giornata piena di odori nuovi, e appoggiava il muso sul bordo.
La cuccia allora faceva una cosa speciale: raccoglieva i suoi pensieri.
Non quelli grandi, ma quelli che restano incastrati tra un battito di coda e un sonno che arriva tardi.
Il profumo del parco dopo la pioggia.
La mano del suo umano che si era fermata un secondo in più dietro l’orecchio.
Un sogno inseguito e quasi preso.
La cuccia non parlava.
Conservava.
Ogni sogno diventava un filo invisibile, intrecciato piano piano nel tessuto. Per questo era sempre più comoda, sempre più calda. Non era imbottita di cuscini, ma di ricordi.
Quella notte Milo sognò di correre senza stancarsi, in un prato che sembrava non finire mai. Quando si svegliò, aveva ancora le zampe che scalpitavano nel sonno.
La cuccia lo sentì. E sorrise, a modo suo.
Al mattino, quando il sole entrò dalla finestra e la giornata ricominciò, nessuno si accorse di nulla.
Tranne Milo.
Prima di alzarsi, si voltò un attimo. Poggiò il naso sulla cuccia e restò fermo.
Come per dire grazie.
Perché ci sono luoghi che non servono solo a dormire.
Servono a custodire quello che siamo quando nessuno ci guarda.
E alcune cucce, se ascolti bene, lo sanno.
